
Il medico dei pazzi è una delle più divertenti farse di Eduardo Scarpetta, una macchina perfetta dell’equivoco. Scritta nel 1908, racconta la disavventura di Don Felice Sciosciammocca, ricco proprietario terriero – un po’ ignorante, molto ingenuo e irrimediabilmente provinciale – che da anni finanzia gli studi di suo nipote Ciccillo. È convinto che il ragazzo si sia laureato in medicina e diriga un prestigioso manicomio. Peccato che Ciccillo, invece di studiare, abbia sperperato tutto in divertimenti e gioco d’azzardo, collezionando debiti e creditori. Quando Don Felice decide di sorprenderlo e si presenta a Napoli con la moglie, il nipote, preso alla sprovvista, inventa una menzogna colossale: la Pensione Stella, dove vive, non è una semplice pensione, ma un rispettabile istituto psichiatrico. Don Felice, vedendo gli eccentrici ospiti della casa, si convince che siano pazienti. Da lì in avanti, la commedia precipita in un vortice di equivoci e situazioni paradossali, entrati nella memoria collettiva del teatro napoletano.
«Nella versione che oggi presentiamo al pubblico spostiamo la vicenda di una settantina d’anni in avanti: siamo agli inizi degli anni Ottanta, poco dopo la Legge Basaglia (1978), che sancisce la chiusura dei manicomi e la nascita dei nuovi servizi territoriali di salute mentale. Una riforma accolta da molti come una rivoluzione civile, ma che all’epoca generò paure, disorientamento e diffidenza. In Campania il dibattito fu particolarmente acceso: alcuni psichiatri promossero attivamente il cambiamento, aprendo i reparti e sperimentando forme di cura comunitaria, e la stampa ebbe un ruolo decisivo nel denunciare lo stato degli ospedali psichiatrici e nel sostenere la riforma. Ed è in questo clima di maggiore realismo che la farsa si trasforma in commedia: un mondo in cui Felice Sciosciammocca, uomo di campagna, arriva a Napoli inconsapevole della complessità di questa rivoluzione epocale in atto. È lì per vedere il frutto dei sacrifici fatti con la moglie per permettere al nipote Ciccillo di laurearsi e aprire una clinica privata. Ciccillo in realtà è un ludopatico sommerso dai debiti, ricercato dagli strozzini, che si mantiene con menzogne sempre più spudorate. Quando lo zio piomba a sorpresa, spaccia la pensione in cui vive per una nuova casa di cura. In questa modesta pensione, abitata da un’umanità fragile ma dai caratteri forti, Felice incontra una galleria di figure straordinarie, ognuna in lotta con ansie e ossessioni. Per Don Felice, quel luogo diventa un circo degli orrori, e il suo smarrimento cresce fino a vacillare lui stesso sul confine tra ragione e follia. Quando scopre la verità, Felice resta senza terra sotto i piedi. E mentre il pubblico ride, lui si stringe nella sua giacchetta da provinciale fuori posto, con il cuore gonfio di delusione. Forse è davvero lui il più matto di tutti: l’ultimo a credere che l’onestà possa ancora regalare un lieto fine.» Leo Muscato
e con (in o.a.) Luigi Bignone, Giuseppe Brunetti, Francesco Maria Cordella, Alessandra D’Ambrosio, Antonio Fiorillo, Giorgio Pinto, Giuseppe Rispoli, Fabiana Russo, Ingrid Sansone, Michele Schiano Di Cola
Scene: Federica Parolini
Costumi: Silvia Aymonino
Luci: Alessandro Verazzi
Musiche Originali: Andrea Chenna
Produzione I Due della Città del Sole, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Compagnia Mauri Sturno